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Massimo Priviero, un rocker tra “Amore e Rabbia”

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Abbiamo assistito alla presentazione del libro “Amore e Rabbia”, di Massimo Priviero.
Rocker veneto, ma milanese di adozione, Priviero vanta una lunghissima carriera.
18 album, più diverse collaborazioni, e ora si mette a nudo di fronte ai suoi fan, raccontandosi a ruota libera in questo romanzo autobiografico.

Ne abbiamo approfittato per fare una chiacchierata con lui.

D – Come mai hai deciso di utilizzare un titolo così forte, Amore e Rabbia, per il tuo libro?
R – Perché amore e rabbia esistenziale hanno timbrato spesso la mia vita. Come artista e come uomo. Sono per come li vivo io sentimenti forti solo apparentemente in contrasto. La ricerca di un punto d’equilibrio tra i due aspetti è sempre stato un mestiere difficile per me. Chissà, forse il tempo e le esperienze me l’hanno un po’insegnato.

D – Quando e come è nata la voglia di raccontarti attraverso le pagine di un libro?
R – Ero alla fine di un tour ed era inverno. I casi della vita mi fecero stare per tempi più lunghi nella zona d’alto adriatico dove sono nato e cresciuto. Ho incominciato a scrivere. All’inizio non avevo nemmeno in testa che potesse essere pubblicato. La cosa è durata un paio di mesi. Alla fine, non mi son neanche messo a cercare un editore, è stata una cosa pure fortuita nata per antica conoscenza. Amore e Rabbia è una mescola di autobiografia, romanzo, autocoscienza che si susseguono, si sovrappongono e si fondono. Certo, mi ha dato grande piacere scriverlo e da quel che so alla mia gente piace molto. Diciamo che è stato per bussare meglio alla loro porta ma anche un atto terapeutico con me stesso.

D – Se dovessi riassumere in una sola parola il tuo libro, quale sarebbe?
R – Ti piace la parola “forza di vivere”?

D – Quanto sono connesse, per te, la musica e la letteratura? E qual è il libro che hai amato di più?
R – Molto connesse. La cosa più bella che mi può accadere è afferrare parole e riuscire a farle suonare. In qualche momento riesci a fare in quel modo della poesia. Difficile fare un solo nome o un solo titolo. Ho avuto periodi diversi. Grandi classici comunque prima di tutto. Mi viene in mente la Terra Desolata di Eliot. In poesia ho amato molto Petrarca. Ecco, forse il Canzoniere di Petrarca è un altro titolo che ti farei subito.   

D – So che sei laureato in storia contemporanea, è esatto?. Come valuti la situazione attuale, dal punto di vista sociale e politico?
R – Si, sono laureato in storia contemporanea. Oh, valuto molto male i nostri tempi. Sia sul fronte sociale che politico. Soprattutto perché abbiamo perso del tutto l’idea di essere, o di provare ad essere, comunità. Però non voglio farti grandi discorsi. In due parole però siamo un mondo che non ha ideali forti e che non ragiona sul suo futuro. Non ci spendiamo per costruire un futuro migliore per noi stessi e per chi verrà dopo. Viviamo solo il nostro presente in maniera individuale. Spesso in modo del tutto egoistico. Trovo questa cosa orribile, ma questo è.

D – Parlando sempre di “presente”, cosa ne pensi della musica di oggi?
R – Francamente la conosco poco. Nel senso che se ti riferisci a quel che per esempio arriva dalle radio commerciali, in generale ne sono il più lontano possibile e  mi intriga poco. Sono figlio di certo rock d’autore pure col bisogno diciamo di “poesia” che ci andava insieme, per dirla in due parole. E la musica la trovi in un ragazzo che si spacca le mani su uno strumento, per farti un esempio, non certo in un ragazzotto di un talent. Diciamo pure che quel che gira intorno è tutt’altro. Ecco, potrei dirti che a tempi mediocri corrisponde anche musica mediocre. Ma non morirà mai e, in fondo, certa musica è anche un certo modo di stare al mondo. Diciamo che mi considero parte di una minoranza ma che non rinuncio a quello in cui credo. Questo vale per la musica ma più in generale per ogni passo della mia vita.